Una donna ferma in mezzo a una piazza affollata, a occhi bassi; tutte le persone intorno a lei guardano il proprio telefono.

Otto mesi


Sono rimasta otto mesi in un mondo virtuale.

Otto mesi non per cercare qualcuno, non per diventare qualcun altro e nemmeno per sfuggire alla mia vita. Sono entrata lì dentro con la curiosità di chi vuole osservare. E, giorno dopo giorno, quello che doveva essere soltanto un luogo virtuale è diventato una lente attraverso la quale guardare il mondo reale.

Ho osservato le persone.

Ho osservato quanto siamo soli.

Perché dietro uno schermo, dietro un profilo, dietro una fotografia scelta con cura, dietro un nome che spesso non corrisponde nemmeno a quello vero, c’è quasi sempre una persona che sta cercando qualcosa.

C’è chi cerca sesso.

Chi cerca amore.

Chi cerca attenzioni.

Chi cerca comprensione.

Chi cerca qualcuno che gli dica che è bello, importante, desiderabile.

Chi cerca una fuga.

Chi cerca semplicemente qualcuno che, per qualche ora, gli faccia dimenticare quanto poco si sente considerato nella vita reale.

E allora ho cominciato a chiedermi: che cosa ci manca così tanto?


Forse ci manca essere ascoltati.

Ci manca sentirci desiderati.

Ci manca qualcuno che ci guardi davvero.

Ci manca la capacità di stare bene con noi stessi quando non c’è nessuno a dirci quanto valiamo.

Il mondo virtuale, in questo, è straordinariamente efficace. Ti offre esattamente quello che cerchi, almeno per un po’. Ti dà l’illusione della presenza, dell’attenzione, dell’intimità.

E forse è proprio questa la sua forza e, allo stesso tempo, la sua trappola.

Perché ciò che nasce come un gioco può diventare un’abitudine. L’abitudine può diventare bisogno. E il bisogno, lentamente, può diventare dipendenza.

Non necessariamente una dipendenza nel senso più conosciuto della parola.

Può essere una dipendenza dalle emozioni che quel mondo riesce a procurarti.

Dal messaggio che aspetti.

Dal complimento che ti cambia la giornata.

Dalla persona che torna a cercarti.

Dalla sensazione di essere importante per qualcuno.

E senza accorgertene inizi ad aspettare quella realtà più di quanto aspetti quella vera.


La cosa che più mi ha colpito in questi otto mesi è stata vedere quante persone finiscono per costruirsi un personaggio.

Un’immagine di sé più bella, più forte, più libera, più desiderata.

Un personaggio che forse nella vita reale non riescono più a essere.

E lentamente quel personaggio prende spazio. Comincia a parlare al posto tuo, a desiderare al posto tuo, persino a vivere al posto tuo.

Fino a quando non sai più dove finisce la persona e dove comincia il ruolo.


Io sono rimasta otto mesi proprio per questo.

Per capire.

Per osservare senza pregiudizi.

Perché questo mondo virtuale, alla fine, mi ha raccontato molto più del mondo reale di quanto immaginassi.

Mi ha mostrato una società piena di persone connesse e, contemporaneamente, profondamente sole.

Persone che hanno centinaia di contatti ma nessuno con cui parlare davvero.

Persone che ricevono attenzioni da sconosciuti e continuano a sentirsi invisibili.

Persone che cercano continuamente una soddisfazione che dura il tempo di una notifica, di un messaggio, di un cuore, di un complimento.

E forse il problema è proprio questo: abbiamo cominciato a confondere l’attenzione con l’affetto, la presenza con la vicinanza, il desiderio con l’amore e l’apparenza con la felicità.

Io non sono entrata in quel mondo perché mi mancasse qualcosa.

Sono rimasta perché volevo capire cosa mancasse agli altri.

E, alla fine, qualcosa l’ho capito.

Che forse non abbiamo bisogno di un mondo virtuale più grande.

Abbiamo bisogno di un mondo reale più umano.

Un mondo nel quale tornare a guardarci negli occhi.

Nel quale parlare senza filtri.

Nel quale sentirsi importanti non perché qualcuno ci mette un cuore sotto una fotografia, ma perché qualcuno sceglie di restare accanto a noi anche quando non abbiamo niente da mostrare.

Gli otto mesi sono finiti.

Ma quello che ho visto lì dentro è rimasto con me.

E forse è proprio questo il motivo per cui ho deciso di raccontarlo.

Non per condannare quel mondo.

Ma per chiedere a chi ci vive dentro una cosa semplice:

quando spegni lo schermo e rimani solo con te stesso, chi sei davvero?

Selvaggia

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